Il secondo matrimonio

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Per troppo tempo ci si è risposati in sordina. C’era il pudore di aver sbagliato , l’imbarazzo di ripetere qualcosa che nell’immaginario di tutti è solo per una volta. Ma chi si sposa per la seconda volta non deve farlo in maniera dimessa. Questo è il matrimonio della consapevolezza , un’altra occasione di felicità, un’opportunità da vivere coinvolgendo , se ci sono anche i figli.

Quindi si a una grande festa, ma con qualche regola di sobrietà. Di solito chi si sposa per la prima volta non è più molto giovane quindi , a maggior ragione educazione e rispetto per gli altri devono essere al primo posto.

Se gli ospiti non sono più di una cinquantina gli inviti possono essere scritti a mano altrimenti vanno stampati. Saranno gli sposi ad autoannunciarsi, magari scrivendo una frase spiritosa.

Sorge sempre il dubbio se invitare o no gli ex consorti e questo dipende dai rapporti naturalmente. Se sono sereni perchè no? Ne saranno felici anche i figli, altrimenti è bene evitare inutili tensioni.

Se ci sono bambini è bene renderli partecipi affidando loro le fedi o il cestino del riso o dei petali dei fiori facendoli restare accanto ai genitori durante la cerimonia.

In generale il tono del secondo matrimonio è più  rilassato,  gli sposi possono incontrarsi davanti al municipio o arrivare insieme se già convivono. Saluteranno gli invitati per poi entrare con loro.

Nella scelta dell’abito lo sposo si attenga alla sobrietà di un completo a tre bottoni , la sposa se lo desidera può scegliere il bianco , che avrà il merito di distinguerla dalle altre invitate purché si tratti di un modello semplice, lineare a non eccessivo. Molto indicati gli abiti corti o falsi lunghi. Consigliati anche i colori pastello , rosa cipria, verde menta e tutti i colori eleganti, importante è che l’effetto sia di leggerezza e di vaporosità, mentre sono da rifuggire i tailleur chiari che fanno tanto donna in carriera.

Durante in festeggiamenti i neo sposi si comporteranno come qualsiasi altra coppia mettendo a proprio agio ospiti e facendo le presentazioni tra chi non si conosce ancora. La conclusione sarà il taglio della torta, da fare naturalmente a mani unite.

Qualcuno afferma che al secondo matrimonio non si dovrebbero fare regali…Via libera invece alla lista di nozze che, più che essere orientata sugli oggetti per la casa, potrà essere pensata per soddisfare le passioni e gli interessi della coppia.

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La spalatrice di Nuvole : Il mio Prof

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Avete presente il Capo Ufficio tirannico e minuscolo di Mr. Incredibile? Ecco, l’espressione del viso era quella. Non era affatto bello, anzi con l’espressione corrucciata e seria poteva mostrare sembianze scimmiesche, gli occhi ridotti a fessure dietro le lenti degli occhiali con la montatura nera.

Il primo anno in cattedra ha reso la vita impossibile un po’ a tutti. Faceva tintinnare le chiavi che teneva in tasca camminando lungo il corridoio che portava alla nostra classe e tutti si zittivano in un silenzio misto di rispetto e timore.

Ho preso 4 al primo tema – io che amo scrivere! – 4 e 1/2 alla prima interrogazione perchè “non sapevamo parlare”. Aveva un amore sconfinato per la lingua Italiana e per il modo corretto di usarla: non si usavano “cioè”, intercalari, “diciamo”, espressioni abusate e secondo lui totalmente inutili (“fin dalla notte dei tempi”, “oggigiorno” etc…). Soprattutto non si usavano “cosa” e “qualcosa”: si doveva sempre avere a portata di mano il sostantivo o l’avverbio giusto…o almeno uno che potesse andare. In un tema, una di quelle parole voleva dire un voto in meno. Ogni volta che il discorso non gli piaceva, faceva ricominciare daccapo.

Ci siamo infilati il suo insegnamento addosso come un maglione troppo stretto e rigido, per poi renderci conto che invece ci stavamo dentro benissimo, forse perchè avevamo cambiato forma.

Ci ha raccontato la letteratura prima di insegnarcela; ci ha spronato a pensare e a riflettere per imparare. Ci ha fatto domande per metterci alla prova, anche per la responsabilità di dare certe risposte e di sostenerle. E siccome la letteratura altro non è se non storia di uomini e parole, io mi sono appassionata, passando dalla paura di non farcela alla fiducia di poter cambiare, evolvere, crescere.

Quando è morta sua moglie eravamo all’ultimo anno. Ci hanno detto che è’ morta dolorosamente, in maniera lenta e straziante. Lui non ha mai fatto trasparire altro se non una tensione su quella faccia che avevamo imparato a conoscere, quella che avevamo visto chiudersi in una minaccia e poi, ogni tanto, aprirsi per accogliere uno dei suoi sorrisi sornioni. Ci siamo messi in fila in fondo alla chiesa e al termine del funerale ci ha baciati uno per uno. Poi è venuto a scuola con un biglietto di ringraziamento, di quelli con la riga nera che taglia uno degli angoli in alto: la linea nera della morte. Con la sua calligrafia allungata, volitiva e poco leggibile ci ringraziava della nostra presenza e lo faceva con una poesia:

“E subito riprende, il viaggio, come dopo il naufragio, un superstite, lupo di mare” 

Mi ha insegnato che la poesia esiste nella vita e la dipinge, che non sono parole d’inchiostro ma di sangue quelle che i poeti scrivono. Il sorriso sornione  è diventato triste, noi ci siamo diplomati e siamo cresciuti.

Quando ho scritto il mio primo libro ho aspettato, poi ho pubblicato il secondo e glieli ho inviati entrambi. Mi ha telefonato il figlio maggiore e me lo ha passato al telefono solo per un attimo: era diventato preside di un altro istituto poi aveva avuto un terribile ictus, ma si stava riprendendo.

“Professore come sta?”

Non è riuscito a dirmi quasi niente, ha sussurrato poche parole e poi l’ho sentito piangere e io non sono mai riuscita a dirgli quanto ci abbia cambiato la vita.

Monia Scarpelli

La Spalatrice di nuvole: Il Regalo di nozze

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Si nascondeva dietro il nostro orologio digitale, quello che troneggia sulla mensola del salotto. Ho preso quel piccolo oggetto, l’ho spostato e ho spolverato lui e i ricordi che porta con se’.

Quando mi sono sposata non avevo nessuna idea né grandi intenzioni di fare le bomboniere, ma mio marito ha tirato fuori il coniglio dal cilindro e ha pensato di realizzarlo lui quel qualcosa che da “superfluo” è diventato “pezzo fondamentale del mosaico”.

La nostra bomboniera è una campana d’argento molto piccola, che tintinna lasciando un suono cristallino nell’aria. Ci sono le nostre iniziali incise sopra e in testa ha un quadrifoglio che serve per impugnarla e scuoterla. Ho distribuito le bomboniere in vari momenti e ne ho portata qualcuna anche ai miei vicini di casa, in prevalenza ottuagenari o quasi che mi hanno visto crescere e che sono passati in un balzo da osservarmi cadere dalla bicicletta al fissare lo sguardo sul velo da sposa ingombrante.

Ada era una di queste persone, una signora che ricordo anziana fin dalla mia infanzia, con lo sguardo un po’ severo, le proporzioni ridotte e i capelli bianchi stretti in una crocchia ordinata. L’ho vista poche volte sciogliersi i capelli tutti bianchi, lunghi quasi fino alla vita. Ho sempre pensato che cambiasse sembianze una volta che i capelli toccavano le spalle, come se legasse in quella crocchia tutti i pensieri e i sentimenti con cui non poteva perdere tempo durante le giornate piene di lavoro. Le ho dato la bomboniera e si è messa a piangere, gli occhi seri si sono sciolti in goccioloni e in una carezza che non ci aveva mai avvicinate.

Il giorno dopo ha suonato il campanello di casa mia: indossava il grembiule, come ogni giorno e i capelli nella crocchia erano tesi e lucidi. Ha allungato le mani e ha messo nelle mie un portauovo fatto all’uncinetto, una gallinella bianca con la cresta e il becco rossi, perfettamente inamidata, con la schiena vuota in attesa di accogliere un bell’uovo sodo:

“E’ una sciocchezza, non è un regalo, Di sicuro questa non vale nemmeno quanto il nastro della tua bomboniera, ma l’ho fatto per te stanotte”

E chi avrebbe mai pensato che il regalo di nozze più bello potesse essere l’ora insonne e produttiva di quella nonnina della mia infanzia! E’ una dote da cui non mi sono mai separata e che fa bella mostra in casa mia, come Ada fa bella mostra nei miei ricordi.

 Monia Scarpelli

 

Fiori d’arancio e tradizioni toscane: La mestolata

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Nell’area del Valdarno superiore, nella città di Arezzo e nella  provincia  sentirete ripetere questo proverbio “Sedere mestolato entro l’anno accasato” motto conosciuto dagli abitanti di Pian di Sco, incisa Reggello, Rassina, Poggio Bracciolini.

Conosciuto anche  dalla gente del Casentino, Bibbiena e Moggiona e nessuno si sogna di pensare a violenze domestiche o maltrattamenti. Anzi, le signorine che non ricevevano mestolate, a fatica nascondevano il malcontento. Di cosa stiamo parlando? Dell’antica Fiera del Mestolo altrimenti detta la fiera settembrina di Arezzo. Alla famosa fiera, arrivavano ambulanti da tutti i paesi vicini pronti a esporre un po’ di tutto: attrezzi agricoli , paioli di rame, pale per il forno, trappole per topi,  specchi, gabbiette da richiamo, spazzole , pipe di coccio, forcine, biancheria, ciabatte e chi più ne ha più ne metta.   Mercanzia per tutte le tasche e per tutti i gusti ma principalmente cercavano di accontentare le massaie. Le massaie erano in fatte le vere protagoniste perché in mezzo a tutto quel ben di Dio si davano da fare per scegliere i migliori oggetti adatti al corredo delle figlie. Mentre i mariti osservavano vitelli polli e conigli, loro tessevano le loro trame  perché quel giorno non regalasse alla loro figliole, doverosamente agghindate a festa,  solo  lenzuoli e tovaglie ma anche un promesso sposo. Un  giovanotto di bell’aspetto e di buone sostanze magari che, a suon di mestolate, scegliesse la fanciulla come moglie, confermando l’altro famoso proverbio toscano  “Belle o brutte si sposan tutte”.

Alla fiera del mestolo i giovanotti giravano armati  di tale utensile  e guardandosi intorno appena vedevano una ragazza da corredo e quindi da marito che giudicavano avvenente le assestavano una sonora mestolate nel lato B. Le vittime  fingevano paura o sdegno, scappavano allarmate ridacchiando tra loro , ma in realtà ogni tanto rallentavano il passo per ricevere la mestolata, segno di apprezzamento e  tributo pubblico alla loro bellezza. Chi tornava a casa con il sedere rosso poteva dirsi soddisfatta e prossima al matrimonio, non a caso il proverbio dava per scontato le nozze del lato B più mestolato. Le altre meno apprezzate, raccontavano che erano state brave a schivare gli aggressori, ma pochi ci credevano e le poverine alla fine poco potevano contro le malelingue. Le più mestolate andavano a letto con le rotondità rosse da rimirare come un trofeo, pensando al mestolatore più assiduo: il giovanotto che quasi sicuramente le avrebbe portata all’altare entro l’anno.

Fiori d’arancio e tradizioni in terra toscana

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Nonostante la nuova era tecnologica, i tempi che sono cambiati, l’emancipazione femminile,  un leggero snobismo nei confronti delle vecchie usanze,  nella nostra bellissima Toscana sopravvivono credenze, tradizioni, superstizioni miti e  leggende che riguardano il  desiderio di ogni donna: “un matrimonio felice”. Abbiamo voluto ripercorrere queste tradizioni, alcune scomparse altre ancora presenti, tutte   fortemente legate al  territorio,  tracciando così  inevitabilmente itinerari geografici sulle orme delle antiche leggende e tradizioni toscane che avvolgono il giorno del “SI”.

Inizieremo uno strano curioso pellegrinaggio, come dei viandanti lungo la via Francigena,  la strada che i pellegrini medievali percorrevano dal Nord per arrivare alla tomba di San Pietro , che dalla Lunigiana attraversava la provincia di Arezzo, proseguiva  in Val d’elsa, tagliava in due  la Val  d’ Orcia fino a raggiungere la Maremma come  ultima tappa toscana prima di sfociare nella Tuscia viterbese e infine arrivare a Roma. E così, con meraviglia, scopriremo insieme le usanze di una Toscana arcaica, patriarcale  e magari sempliciotta ma dal cuore genuino. Leggende e antiche credenze che ci fanno sorridere , ma che  sono tuttora in voga con la sola differenza che le ragazze nubili oggi ci credono senza ammetterlo pubblicamente, mentre per le nonne gli aneliti matrimoniali erano sentimenti da condividere in piazza.

Ancora oggi si ricorre alle divinazioni di una  cartomante per sapere si resterà   “citte” ( cioè ragazze,  da cui deriva “zite” e quindi zitelle, parola quindi di derivazione toscanissima) destinate a indossare  in vecchiaia una ghirlanda, attributo che gli antichi fiorentini conferivano alle donne rimaste nubili per celebrarne la castità , piuttosto che un bel velo da sposa in gioventù. In Lunigiana si  fabbricano ancora  le “Madonne vestite” come secoli fa, pupazzi o manichini vestiti da sposa  con la sola differenza che se nei tempi antichi i manichini avevano una parrucca creata con i capelli   veri della ragazza, che rimaneva priva della chioma pur di ingraziarsi la vergine con il suo manichino donato alla parrocchia di appartenenza, ai tempi nostri i manichini sfoggiano graziose parrucche finte: ma il fine resta il medesimo.  Insomma, anche se alcune feste e usanze sono decadute, le giovani  figlie e  nipoti toscane in fondo non si comportano  poi tanto diversamente dalla mamme e dalle nonne in fatto di amore e nozze e forniscono materiale per itinerari magici che dobbiamo tenacemente preservare  dall’estinzione.

La Spalatrice di Nuvole : Dando e la Danda

Dando e la Danda

Li ho sempre chiamati Dando e la Danda, io che pesticciavo con i miei piedi di bimba al piano sopra le loro teste.

Non erano né nonni, né zii eppure hanno adottato buone fette delle mie giornate fin da piccola, a dimostrazione che se il sangue non è acqua, be’ anche l’acqua, quella buona, può avere un suo peso specifico notevole nella crescita di ognuno di noi.

Sono sempre stata un uccellino di poco pasto, ma ripulivo velocemente il piatto colmo dello spezzatino della Danda, fino a fare scarpetta col pane. La Danda non cucinava soltanto per me, ma mi aveva dato libero accesso allo sportello del suo frigorifero e io, poco interessata al cibo e molto al divertimento, ho deciso di prenderne possesso in maniera singolare, facendone la mia personalissima galleria d’arte. Ho attaccato disegni in lungo e in largo su quella superficie liscia fino a che le mie velleità artistiche non hanno travalicato i suoi stessi confini e la galleria d’arte si è spinta fino alla porta della cucina. La Danda non ha posto limiti alla mia creatività né confini alle superfici utilizzabili per appendere i miei capolavori, ma si vede che quella libertà mi ha comunque regolato perchè mi sono fermata lì.

Dando mi ha insegnato a nuotare, prima con la ciambella, poi con i braccioli e poi con il solo movimento di braccia e gambe, in mare aperto. Mi ha fatto assaporare il gusto e l’avventura di buttarmi giù da uno scoglio, trattenendo il fiato e tappandomi il naso.

Quando ero ancora più piccola, ricordo di averlo chiamato più volte al giorno, infilando la mia faccina tonda tra le ringhiere della terrazza per sbirciare ogni suo passo nel giardino condominiale. Lui sollevava il viso verso di me sempre sorridendo, poi mi veniva incontro a metà delle scale e mi conduceva in un mondo fatto di fiori, verdure e animaletti della terra, tutte scoperte che mettevo regolarmente in tasca, primi tra tutti stercorari (che chiamavo in maniera molto meno nobile e scientifica), piccoli ranocchietti e cavellette dalle ali azzurre.

Quando Dando e la Danda si sono trasferiti – non troppo lontano ad essere sinceri – la mia infanzia è finita; sarebbe comunque terminata di lì a poco per ragioni d’età, ma è proprio quando se ne sono andati che ho sentito scivolarmi tra le dita un tempo e delle speranze che non dovremmo perdere mai del tutto.

Ancora oggi, quando Dando incontra mia mamma le chiede di me, pieno di un’incrollabile fiducia nelle mie capacità e della certezza che io stia facendo grandi cose, attorniata dal rispetto e dalla stima di chi mi conosce. Gli s’illuminano gli occhi e continua a dire: “Perchè lei è brava, è intelligente!”

Tutti dovrebbero avere un Dando e una Danda nella loro infanzia, un’inesauribile fonte di autostima e di affetto che non si origina dal fatto di essere consanguinei ma solo parte di uno spazio umano e vitale che si decide deliberatamente di condividere. Mi ci sono voluti i miei quasi quarant’anni per scrivere di loro e della loro importanza, dei ricordi di cui fanno parte e del presente che hanno contribuito a costruire e che resta, con o senza ranocchi in tasca.

Monia Scarpelli

Reportage di Nozze è in via Romana 32/r a Firenze

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In quella via che da Firenze portava a Roma come un duplice filar di piccole casette nel cuore di una delle più belle città del mondo, ebbe si noi siamo proprio là.

Reportage ha avuto il piacere di inaugurare con tutti gli amici  la nuova sede in via Romana 32/r sabato 18 aprile 2015.

A due passi dalla colonna eretta da Cosimo primo dei medici e da Palazzo Pitti, il nostro ufficio è piccolo ma molto accogliente  e chiunque abbia voglia di saperne di più sa dove trovarci.

Vi aspetto!

Il salotto di Zia Lulù e il Bon Ton Matrimoniale : consigli agli invitati

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Arrivate puntuali alla cerimonia, almeno 20 minuti prima dell’inizio, perchè l’ultima persona che deve entrare in chiesa e’ appunto la sposa! Non sedetevi nelle prime due file ai due lati poiché sono riservate ai genitori e parenti piu’ stretti degli sposi: a destra quelli dello sposo, a sinistra quelli della sposa.Assolutamente spegnete o silenziate il cellulare, meglio ancora se non lo portate.Evitate di giocare ai combattenti quando lanciate riso e confetti o coriandoli addosso agli sposi, possono fare male o soffocare o rovinare il loro bellissimo momento e le foto! Mai rovesciare sulla testa tutto il riso, non siamo ad una festa goliardica!Vien da se’ che siete invitati perche’ persone care agli sposi, per questo si aspettano che vi sentiate a vostro agio e vi divertiate essendo voi stessi ma evitate di creare situazioni imbarazzanti come i cori goliardici o il taglio di cravatta e giarrettiera degli sposi che magari desiderano tenere questi oggetti come ricordi. E’ sempre bene capire se e quanto gli sposi siano disposti a tollerare scherzi da matrimonio.Preparatevi un bel discorso, e magari lasciate gli scheletri sepolti negli armadi, almeno per quel giorno. 

Evitate di ubriacarvi al ricevimento e qualsiasi lamentela o osservazione abbiate da fare sulla organizzazione della giornata o sul cibo: evitate. Passereste da cafoni ingrati e  fareste dispiacere a chi vuole vivere un bel momento della propria vita. Care Signorine, ora vanno di moda dei bouquet che sono veri e propri gioielli, non e’ detto quindi che la sposa desideri lanciarlo e aspettare che venga sbranato da qualche aspirante sposa. Scherzi a parte, probabilmente desidera tenerlo come ricordo, quindi e’ gentilezza chiederle che cosa vuole fare del bouquet senza metterla alle strette urlando “lancio del bouquet”!!!Anche se siete esausti non dovrete lasciare la festa prima del taglio della torta, non e’ visto di buon auspicio. Se proprio dovete andare, cercate di salutare gli sposi in modo discreto, senza interromperli in momenti solenni quali il taglio della torta, o discorsi di ringraziamento.

Le bomboniere sono un pensiero che vi fanno gli sposi, quale che sia l’oggetto o il pensiero accettatelo per quello che e’ senza commentare, piuttosto ringraziate e sappiate che di solito la consegna delle bomboniere sancisce la fine dei festeggiamenti, salvo comunicazione contraria fatta dagli sposi stessi.  E’ buona educazione ringraziare gli sposi con un biglietto o una telefonata una settimana dopo il giorno del matrimonio

La Spalatrice di Nuvole: Amabili Vecchi Signori

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Qualche tempo fa’ me ne stavo seduta nella sala d’aspetto del medico di famiglia, tentando di convincere una signora che non ero la figlia di Susanna, chiunque lei fosse:

“No signora, io non sono di queste parti. Mi sono trasferita qui solo dopo essermi sposata”

“Mah… è sicura? Perchè è proprio uguale! Susanna quella che vive nella casa gialla vicino…”

Sì, mi ricordo bene chi è mia madre e anche da dove vengo, ma lei perseguiva l’intento di convincermi: l’aveva presa come un rifiuto personale o la riprova che nel cogliere somiglianze non era poi così infallibile. E quanto odiano le persone non aver ragione! Quasi più di un’ingiustizia!

Fatto salva la nostra conversazione, la stanza era chiusa in un silenzio rabbioso e di protesta: il vecchio medico se n’era andato senza preavviso mollando tutti i suoi pazienti ad un nuovo medico sconosciuto. Quando conoscenza era stata fatta, tutti se n’erano pentiti, rimpiangendo di gran lunga la beata ignoranza precedente. Uno dei più arrabbiati era un uomo magro magro, stempiato e con pochi capelli bianchi solo sopra le orecchie. Poggiava le mani ad un bastone, tenuto dritto tra i piedi, che gli era stato indispensabile per arrivare fino alla sedia su cui si era accomodato.

“Quanti anni ha nonnino?” Gli chiese un signore dall’aria gioviale lì accanto. Le sue pupille scure erano sparite per alcuni istanti, gli occhi ridotti a due fessure: nonnino a chi?

“Novantacinque. E vivo ancora da solo. Faccio da me”

“E che facciamo secondo lei con questo dottore?”

“Io non so lei, ma la prossima settimana io vado subito a cambiarlo. Nemmeno di nome mi piace. C’era proprio un infame che si chiamava come lui in tempo di guerra…”

Ho sorriso e il signore più giovane mi si è rivolto:

“Ma…non so e se poi…”

“Io vado subito lunedì a cambiarlo” Ho detto di rimando e ho sorriso al “nonnino”.

Lui ha accennato un sorriso, solo storcendo un angolo della bocca e mi ha guardato dritto negli occhi con approvazione.

“Brava signorina” (perchè la bellezza dei vecchi signori è che sei sempre giovane e signorina ai loro occhi) “E icchè s’aspetta? Che ci faccia schifo di più?”

Mi sono sentita fiera di quell’alleanza estemporanea, quell’asse che univa due età, due tempi e uno stesso sentimento. Ho subito pensato che come certe “ignoranze” anche certi temperamenti non vengono spenti dall’età, per fortuna. Poi ho augurato in cuor mio a mio figlio di avere a vent’anni metà della passione, del carattere e della determinazione che ho letto in quegli occhi ancora neri e profondi, sotto i capelli bianchi.

Monia Scarpelli

Come il matrimonio migliora lo sposo

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Le ultime tendenze degli studi in psicologia dei rapporti di coppia si stanno concentrando su un aspetto decisamente sorprendente delle nozze: un effetto calmante sugli istinti più aggressivi, violenti e antisociali dell’uomo.

Gli ultimi ad approfondire e verificare l’ipotesi secondo cui il matrimonio può ridurre i comportamenti aggressivi e criminali maschili sono stati i ricercatori della Michigan State University (Usa): il merito sarebbe delle nozze, ma anche del fatto che statisticamente gli uomini che agiscono in maniera antisociale risultano meno spesso in coppia.

Questione di numeri, dunque, ma non solo: l´unione tra due personepotrebbe davvero far comportare meglio i mariti, con una sorta di “effetto camomilla”, si sostiene sulla rivista scientifica “Archives of General Psychiatry”.

La caporicercatrice Alexandra Burt e i suoi colleghi, esaminando i dati di 289 coppie di gemelli maschi all´età di 17, 20, 24 e 29 anni, hanno rilevato che gli uomini aggressivi o che si macchiano di crimini, hanno minori probabilità di sposarsi. Una volta messa la fede al dito, però, il matrimonio si è dimostrato un concreto ostacolo al ripetersi del loro comportamento antisociale.

Lo studio ha infatti rilevato che gli uomini che vantano i più bassi livelli di comportamenti antisociali all´età di 17 e 20 anni hanno poi una maggiore probabilità di essersi sposati a 29 anni. Dopo i fiori d´arancio, poi, il tasso di azioni criminose o aggressive fra gli uomini diminuisce ancora di più: addirittura, quando si confrontano due gemelli, di cui uno sposato e l´altro no, quello con la fede al dito generalmente vanta più bassi livelli di comportamenti antisociali.

Burt evidenzia che è improbabile che il matrimonio inibisca direttamente la cattiva condotta maschile, ma piuttosto è un elemento che avvia una catena virtuosa nella vita di un uomo: ci si lega alla propria moglie e alla famiglia, si frequentano meno brutte compagnie. E questo è tanto più vero, quanto più il matrimonio va bene: la riduzione delle brutte abitudini, assicurano gli esperti, è maggiore nelle coppie che hanno un matrimonio felice.